MARIO SAVIO E IL FREE SPEECH MOVEMENT

Quella che sto ripercorrendo a tappe, dagli anni ’50 in poi, possiamo considerarla storia recente. Eppure per la maggior parte di noi è storia sconosciuta. Come questa di Mario Savio, figlio di emigrati siciliani, che negli Stati Uniti innescò la miccia delle contestazioni studentesche di un’intera generazione occidentale. Alla mia domanda “Perché studiamo la storia?” il professore che ebbi la fortuna di incontrare mentre frequentavo le scuole medie mi rispose “Senza lo studio del passato non possiamo comprendere il presente.” Adesso mi pare un’ovvietà, ma allora, che ero poco più che una bambina, fu un’illuminazione. Cambiò completamente la mia visione di tale materia, che da noioso insieme di fatti e numeri diventò col tempo la linfa essenziale per la mia formazione, personale e sociale. Perché anche ciò che io sono come persona è maturato quando ancora non esistevo attraverso la storia dei miei avi e della società in cui hanno vissuto. Da ragazzina il fascismo e la guerra mi sembravano tanto lontani; più invecchio e più sento quegli anni appartenermi intensamente come qualcosa che avevo dentro senza averlo mai coscientemente saputo. Ecco che allora quei moti che attraversarono la storia negli anni sessanta divengono di fondamentale importanza per capire quella generazione che sentivo di dover contestare al fine di rigenerare il mio essere e valicarne i confini. Quindi quella che può apparire una vaga ricerca intellettuale è per me ancora una ricerca su me stessa.

Mario Savio, 1964

Mario Savio, 1964

Arriva il momento in cui il funzionamento della macchina diventa così detestabile, vi fa stare così male che non riuscite più a partecipare! Nemmeno passivamente accettate di partecipare! Dovete mettere i vostri corpi sugli ingranaggi e sulle pulegge, sulle leve e sull’impianto intero fino a fermarlo! Dovete far capire a coloro che la azionano e a coloro che ne sono proprietari che, se non siete liberi, questa macchina la fermerete del tutto! – Mario Savio, Sproul Hall Steps, UC Berkeley, December 2, 1964 (Cohen 327)

Anno 1964, Università di Berkeley, California.
Un gruppo di studenti partecipa alle manifestazioni antirazziali in Mississippi e si convince della necessità che la stessa protesta debba essere portata anche in California per chiedere parità di diritti e di accesso al lavoro a neri e bianchi. Ma gli imprenditori californiani, impauriti dai successi ottenuti dalle precedenti dimostrazioni degli studenti avvenute presso il Sheldon Palace Hotel di San Francisco, inserite in quella serie di azioni che scossero la Bay Area dalla primavera del 1963, e che permisero l’inserimento di persone di colore nelle strutture alberghiere, chiesero e ottennero di limitare l’attività di gruppi politici, di protesta o anche solo di dibattito nei campus studenteschi.

Così gli studenti decisero di spostare il dibattito fuori dal campus, all’angolo tra Bancroft Way e Telegraph Avenue. Ma in seguito il rettore Kerr vietò di sostare anche in quel luogo in quanto proprietà dello Stato.
Questo provvedimento che violava in modo evidente il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti creò un’inedita sinergia tra tutti gli studenti anche tra quelli che erano ostili o indifferenti al movimento per i diritti civili. Si unirono per difendere il diritto di libertà di parola, trasformato infine in un consapevole sfogo contro l’alienazione che gran parte degli studenti nutriva nei confronti dell’Università diventata non più sede del sapere ma una vera e propria impresa dove ricerche e corsi erano modellati a seconda delle esigenze del complesso militare e industriale per produrre studenti omologati.

“Vi prego di riflettere su questo: se l’università è un’azienda e se il senato accademico è il consiglio di amministrazione e se il rettore Kerr è in effetti il direttore generale, beh lasciate che vi dica una cosa: il corpo docente non è altro che un mucchio di impiegati e noi siamo le materie prime! Ma siamo un mucchio di materie prime che non intendono lasciarsi trasformare in alcun prodotto! Non intendiamo essere comprati da un qualche cliente dell’università, che si tratti di governo, industria, sindacati o di chiunque altro! Siamo esseri umani!” Queste parole furono pronunciate da Mario Savio durante l’occupazione della Sproul Hall Plaza avvenuta nei primi giorni di ottobre 1964 a seguito dell’arresto di Jack Weinberg, uno studente che aveva osato violare il provvedimento distribuendo volantini all’interno del campus. Si trattò di un sit in di ben due giorni al termine del quale l’università fu costretta a ritirare ogni accusa e a rilasciare lo studente.

Free Speech Movement l University of California, Berkeley. Nov. 20, 1964.

Free Speech Movement l University of California, Berkeley. Nov. 20, 1964.

A seguito di questi accadimenti si formò il Free Speech Movement (Movimento per la Libertà di Parola) che avrà lunga vita, non solo nell’Università di Berkeley, e che sarà il detonatore dei movimenti studenteschi degli anni Sessanta in lotta per i diritti civili soprattutto degli afroamericani e degli amerindiani, per la democrazia diretta sui campus, per il potere studentesco e contro l’autoritarismo accademico, marca unificante delle varie anime del 68 propagatasi sino alle Università europee.

Un personaggio centrale all’interno del Free Speech Movement, che riuscì a portarlo alla vittoria soprattutto grazie alle sue abilità oratorie e al suo carisma, fu Mario Savio, figlio di emigranti siciliani, genio della fisica che già da liceale si fece onore scoprendo degli errori di calcolo nelle tabelle della marina militare statunitense sulla propagazione del suono in acque profonde (il suo lavoro fu poi pubblicato). Savio, al momento dei fatti che sto descrivendo, era già stato in prigione per violazione di domicilio avendo protestato nella sede di una confederazione d’alberghi contro l’assunzione di personale nero solo per lo svolgimento delle mansioni più umili. Appena rilasciato partecipò alla Freedom Summer che si svolse in Mississippi e che rivendicava il diritto di voto ai neri. Non fu proprio una passeggiata; alcuni volontari, Andrew Goodman, Mickey Schwerner e James Chaney, partiti con lui furono uccisi dal Ku Klux Klan, e lui stesso aggredito. Ricordate il film del 1988 Mississippi Burning? Narra per l’appunto di questa orribile vicenda. Comunque Savio, tornato a Berkeley dopo queste esperienze e cosciente dei drammi che avevano e che stavano ancor segnando la società in quegli ultimi anni, l’Olocausto, Hiroshima e la contrapposizione a tinte fosche fra America e comunismo, sentì crescere in lui la sensazione precisa che la linea del male assoluto fosse stata valicata, come lui stesso dichiarò in una intervista dell’epoca.

Da quei fatti iniziati in ottobre seguirono sei settimane di negoziazioni finché nel novembre 1964 l’università prese dei provvedimenti disciplinari nei confronti di Savio, Jack Turner e Brian Turner. In risposta a ciò, gli studenti organizzarono un nuovo sit in a Sproul Hall, che sfociò nella vittoria definitiva del movimento il 2 dicembre. Proprio quel giorno Mario Savio, dalla scalinata che oggi porta il suo nome, tenne il suo discorso più famoso, Bodies upon the Gears, “Corpi in mezzo agli ingranaggi”.

“ Il rettore ci ha detto che questa è una fabbrica, di cui lui è il capo, questo vuol dire che tutte le facoltà sono sue sottoposte, e che noi siamo solo la materia bruta, che non può avere parola sul prodotto finale. Che cosa saremo? Clienti dell’università, del governo, dell’industria, del sindacato.
Ma noi siamo esseri umani! Arriva il momento in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, fa così male, che non puoi prendervi parte, non puoi esserne parte nemmeno passivamente. Bisogna mettere i nostri corpi in mezzo alle ruote, agli ingranaggi, alle leve e fare in modo che si fermino. E bisogna dire chiaramente a chi la gestisce, a chi ne è padrone, che a meno che non siamo liberi sarà impedito alla macchina di funzionare”.

Le autorità non poterono tollerare oltre; vennero inviati 600 ufficiali di polizia per cacciare gli studenti: quasi 800 gli arresti. Un uso della forza senza precedenti, cui seguì uno sciopero generale di studenti e corpo docente. Il giorno successivo il senato accademico ristabilì la libertà di espressione nel campus di Berkeley. Questa decisione segnò la vittoria del FSM, di Mario Savio e di un’intera generazione.

Mario Savio in arresto, UC Berkley,  1964

Mario Savio in arresto, UC Berkley, 1964

La lotta per la libertà di parola costò cara a Savio. Accusato ingiustamente di coinvolgimento col partito comunista allo scopo di diffondere il caos nelle università d’America per rovesciare il Governo degli Stati Uniti, Savio rimase intrappolato negli ingranaggi dell’FBI che lo seguì per tutta la vita svolgendo una pesante operazione di dossieraggio inserendolo nella lista delle persone che potevano essere arrestate senza alcuna garanzia processuale in caso di emergenza nazionale (i carteggi che documentano l’accanimento contro Savio sono stati esaminati solo recentemente, dopo che lo studioso Seth Rosenfeld è riuscito a farseli consegnare invocando il Freedom of Information Act).

Nell’università californiana di Berkeley si erano sviluppati in piccolo i meccanismi che divampavano all’interno di tutta la società americana. Prenderne atto, combatterli e vincerli fu un autentico risveglio politico. Era l’alba di un nuovo inizio.

Paola Mangano

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Bibliografia:

The Free Speech Movement
Valentina De Rossi – “Put Your Bodies On The Gears”: Mario Savio e il Free Speech Movement” in IPERSTORIA
Free Speech Movement Archives

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2 pensieri su “MARIO SAVIO E IL FREE SPEECH MOVEMENT

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