IL MESSAGGIO DEI BEATNIKS DI ITALO CALVINO

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Le pagine degli scrittori e dei poeti [della beat generation] – come Jack Kerouac e Allen Ginsberg – hanno in sé tutto quanto si può immaginare di più contrario alle mie preferenze e di più insopportabile per i miei gusti. Una scrittura sovrabbondante, informe, terrosa, un flusso verbale tutto lirico ed esclamativo che cerca di comunicare un entusiasmo per fatti persone e cose senza riuscire a rappresentare nulla, e il tono predicatorio, e il genere di cose predicate: sensualità diffusa, esperienze mistiche con o senza droga, dilatazione dell’io e conseguente perdita del rapporto soggetto-oggetto.

Dei due corpulenti e sanguigni campioni dell’etica individuale americana del Novecento: Hemingway e Henry Miller, i ragazzi della beat generation hanno scelto come loro profeta Henry Miller; io invece ho avuto Hemingway come primo maestro; la sua lezione di esattezza e secchezza, nella parola e nel gesto e nei rapporti umani e amorosi, le sue scelte morali e politiche sempre chiare, il suo culto per le cose ben fatte e per l’essere all’altezza della situazione, la sua concezione stoica della vita e della morte, io credo siano ancora quanto di meglio si possa cavare dalla letteratura del Novecento, quanto di meno “decadente” – con buona pace dell’amico Moravia – pur con tutti i tributi pagati al gusto e al costume del secolo. Tutto il contrario di Henry Miller, torrentizio indiscriminato vaticinante nello stile, nella concezione di vita, nella mistica fisiologica ed erotica; anche se i due hanno avuto molti aspetti in comune: entrambi egoisti fino a diventare gigioni, entrambi eterni turisti, espatriati in rotta con l’America, entrambi forti d’una salute americana che forse ha sopravvissuto solo in loro.

Visitando gli Stati Uniti, cercavo la progenie di Hemingway, e non la trovavo; quell’autore era lontano dalla coscienza dei giovani e identificato ormai con il tardo personaggio delle fotocronache in rotocalco; la progenie di Henry Miller invece occupava vere e proprie città all’interno delle metropoli americane: Greenwich Village a New York, North Beach a San Francisco, Venice a Los Angeles. Ma quello che io ero venuto a cercare negli Stati Uniti erano altre cose, sia nelle forme di vita che nella cultura. Non si poteva pretendere che mi intenerissi per la nuova moda americana del caffè espresso all’italiana, spillato da vecchie macchine di stile umbertino. Cercavo l’America che fosse più America possibile, cercavo nell’America l’immagine o gli spiragli di un nostro comune futuro. Che me ne importava di questi imitatori della bohème europea, di questa atmosfera St. Germain-des-Près trasportata nei vecchi quartieri di Manhattan? Non c’era bisogno di attraversare l’Oceano per conoscerla; tanto valeva restarsene sulla Rive Gauche, o a Chelsea, o a Schwabing o soltanto a Via del Babuino. Quando nelle discussioni si finiva come al solito a parlare dei beatniks, io dicevo che mi interessava di più la gente di Madison Avenue, i managers, i public relation men, gli uffici dei grattacieli di vetro e acciaio. E quando in una serata, cominciata magari un tutt’altro ambiente, si finiva in mezzo a loro, giovani barbuti con i maglioni neri e le scarpette da tennis, ragazze senza rossetto e spettinate, nei locali jazz dove recitano versi a squarciagola per attrazione del pubblico square ( i “quadrati” cioè i non iniziati, i filistei), o anche nei parties della buona società dove vengono invitati o magari noleggiati a un tanto all’ora per dare una nota di colore e dire quattro frasi scandalose alle signore, o nelle loro feste private, in qualche tetro stambugio, dopo l’ora di chiusura dei locali notturni, in quella noia metafisica di quando i suonatori non hanno più voglia di suonare e ci danno dentro alla stracca, e le ragazze stanno lì come drogate e magari non lo sono, e i drogati sono gli unici felici e invece non si vede, e si balla senza allegria, e si beve senza gusto e il whisky è finito e ci si sbronza con cattivo vino… io riflettevo che questa della beat generation è una ribellione a corto raggio, un modo di essere incasellati e riaccettati nella società alla quale ci si ribella: la perfetta efficienza di una società conformista si rivela nel suo riuscire a costituirsi un corpo di anticonformisti in uniforme da anticonformista; se porti la barba e l’abbigliamento da beatnik, allora la tua qualifica di ribelle è scritta a chiare lettere e puoi esercitarla come una professione, tutto rientra nello schema.

Intanto viaggiavo per gli Stati Uniti, conoscevo la società americana nei vari Stati e ai vari livelli, passavo le sere nelle villette indistinguibili l’una dall’altra in quartieri sterminati e uniformi, ogni casa con la larga finestra della stanza di soggiorno e la lampada vicino alla vetrata, con il praticello ben falciato, con il garage e l’enorme macchina cambiata ogni anno, ogni famiglia uguale all’altra, una giovane coppia con due o tre bambini e il problema della baby sitter per uscire alla sera, mi amalgamavo a queste vite occupatissime ma in cui non succede mai niente, regolate da programmi fissati in precedenza di mesi, a questa generale socievolezza che è la cosa più bella e più invidiabile della vita americana anche se riesce a comunicare così poco, mi imbevevo dell’appagata banalità delle piccole città produttive e consumatrici, della uniformità del paesaggio umano annegata nell’uniformità del paesaggio naturale, e sentivo di integrarmi sempre più in quel mondo, di adattarmi con una rispondenza perfetta alla “American way of life”, di averne sempre condiviso il credo di efficienza, nel lavoro e nel godersi la vita, di cominciare ora a condividerne anche l’aspetto che sempre me ne era restato estraneo: la soddisfazione di quel che si ha e di quel che si avrà, e proprio allora, quando più mi avvicinavo a sentirmi un americano medio, cominciava a prendermi una specie di insofferenza, qualcosa che non mi veniva dalla lettura dei romanzieri e dei sociologi ma da dentro, dal prevedere come si sarebbe potuta svolgere là tutta la mia vita, una specie di angoscia, di vertigine, di fronte alle stazioni di benzina, di fronte alle rivendite di auto usate pavesate di bandierine di carta, di fronte alla banca drive-in con lo sportello al quale puoi svolgere tutte le tue operazioni senza scendere di macchina, come se dietro a tutto questo ci fosse il vuoto, il nulla, e tutt’a un tratto, ecco: avevo capito la beat generation, il no assoluto, il rifiuto di tutto questo, avevo capito la portata – anche quantitativa – come fatto sociale di questo sciamare verso le metropoli di giovani che invece di affrettarsi a trovare il loro posto nel meccanismo della prosperity e delle carriere prestabilite, s’insabbiano in sudici quartieri, si rifiutano di lavorare, abborracciano in modo dilettantesco un’attività letteraria o artistica, e cercano non il successo o il potere, ma un aldilà, un nirvana, cercano con i mezzi che il terreno gli offre teorie sessuali e pratiche mistiche, jazz freddo, buddismo zen, testi religiosi medievali, sigarette alla marijuana, esercizi yoga, qualcosa che non è una trasformazione del mondo, ma una trasformazione del modo di stare al mondo. E’ questo il punto. La beat generation non pretende di trasformare il mondo, ma solo di starci dentro a modo suo; perciò la inesorabile macchina schiacciasassi della repressione sociale l’ha finora rispettata. Di solito, quando una generazione nuova entra in contrasto con il suo ambiente, essa leva la bandiera d’una prospettiva storica, sogna un rinnovamento del proprio paese e vuole mettersi alla testa di questo rinnovamento. Siamo qui invece di fronte a una situazione in cui la tensione politica rinnovatrice è venuta meno da tempo nella gioventù, soffocata dalla crisi del radicalismo intellettuale americano degli anni trenta e soprattutto dall’ondata di sospetto e di repressione del periodo della guerra fredda e del maccarthismo. La gioventù beat è cresciuta amputata del senso della storia, come per una lobotomia. Ha concentrato un’enorme pressione antagonistica e ribelle, ma l’ha sviluppata nell’esplosione esistenziale. Norman Mailer, che è senza dubbio il migliore scrittore del movimento, la mente più lucida e anche purtroppo un incorreggibile gigione che vuol far parlare di sé a tutti i costi, ha scritto in un saggio famoso, Il negro bianco, chi è e che cosa vuole l’esistenzialista americano, il hipster, l’uomo che vive nella presenza continua della catastrofe atomica, il bianco che s’identifica con lo psicopatico, con il delinquente minorile, con il torero, con il santo e il mistico che vive per la morte…

E non è da dire che questa rivoluzione interiore non proponga una sua immagine del futuro, che valga per tutti: è in sostanza un’umanità con un diverso sistema nervoso, quella di cui Norman Mailer si fa profeta, senza inibizioni, posseduta da un dio vitale ed energetico, un’umanità quale nascerà il giorno inevitabile nel futuro americano della fusione dei bianchi e dei negri. Ora noi possiamo dire con una certa sicurezza che quando il senso della storia amputato rigermoglierà nella gioventù americana, quando il legame tra le idee della cultura e le prospettive politiche e sociali sarà ristabilito, come sta per avvenire o sta già avvenendo, questo tipo di problematica perderà molto del suo ascendente. Ma attenti: non si tornerà ai discorsi di prima; i territori che il nichilismo beat ha cercato di esplorare o meglio ha appena sfiorato, non possono più essere evitati. Il problema che la beat generation ha posto è come vivere fino in fondo la nostra natura umana, in un mondo che sarà sempre più perfettamente artificiale. I beatniks sono venuti a cose fatte, accettando questo mondo costruito interamente dall’uomo come se fosse uno scenario naturale, ma non comprendono perché dovrebbero condividere i principi e le regole del gioco su cui si regge. La civiltà industriale, lussureggiante come una giungla, tende ad inglobare tutto e a far crescere tutto con il suo ritmo, anche i fermenti di ribellione. Credo che una parte predominante della formazione della mentalità beat, più ancora del pericolo atomico, l’abbia la tranquilla certezza nella prosperity della affluent society. Un’economia perfettamente organizzata elargisce i suoi frutti come un’indifferente natura. Non verrà forse il giorno in cui la produzione sarà mandata avanti da automi, il giorno in cui il lavoro manuale consisterà nello schiacciare un bottone una volta tanto? I beatniks sono i nuovi selvaggi d’una giungla meccanica ed estranea.

Tratto da Un ottimista in America (1959-1960) Italo Calvino

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2 pensieri su “IL MESSAGGIO DEI BEATNIKS DI ITALO CALVINO

  1. Come sempre Italo Calvino dimostra la sua maestria nel sottolineare cultura e controcultura, tratteggiando lo squarcio di società particolare (che in fondo sembra la nostra di oggi) e di chi invece la rifiutava. Il problema è che a sua volta è risultato profetico, e leggere queste pagine, è un po ‘ come ricercare un vento che si è affievolito, perché se nel nostro futuro manca quello spirito di eversione che era maturato in quei tempi, probabilmente, gli automi finali di questo saggio, non sono i nuovi operai di un’ipotetica produzione industriale, ma noi stessi: protagonisti in negativo della nuova (vecchia) massificazione.

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