Dai beatnik agli hippy

Alla beat generation mancò quello spirito eversivo proprio delle avanguardie storiche. Dietro i loro atteggiamenti provocatori, non c’era la volontà ideologica di cambiare il sociale, ma solo il distacco e la fuga dai modelli societari. Reagivano con “l’assenza, ” una particolare categoria dello spirito, in cui coesisteva la fuga, il viaggio e il nomadismo. I beatnik basavano inoltre la loro esistenza su una socialità e morale naturali, non regolate da leggi, e su un’assoluta onestà e franchezza. I primi semi della ribellione erano stati gettati. Fu la molla che incanalò il malessere dei giovani e generò in loro la consapevolezza che un cambiamento era necessario.

Alcuni di questi giovani pensarono che il metodo migliore per combattere il sistema fosse creare nuove correnti politiche alternative, come fu per l’appunto la New Left americana o le black panters che ritenevano bisognasse lottare per la conquista dei diritti civili. Per altri invece si sviluppò la convinzione che fosse necessario innanzitutto liberarsi da tabù e preconcetti rivalutando l’interiorità degli individui contro il materialismo dominante della società americana; la nascita di un nuovo uomo, cambiare prima se stessi e solo dopo, e in conseguenza di questa palingenesi, la società. Ovviamente stiamo parlando degli hippy.

Holy Man Jam, Boulder, CO  Aug. 1970

Holy Man Jam, Boulder, CO Aug. 1970

Benché le correnti si influenzassero a vicenda, e non si può negare che gli uni non potevano esistere senza gli altri, gli hippy venivano spesso marchiati con l’appellativo di barboni e drogati, fannulloni senza voglia alcuna di impegnarsi. Ma l’hippie aveva ben poco a che vedere con l’immagine stereotipa che l’informazione superficiale dei media e la moda che ne è derivata ci ha tramandato; egli, infatti, non era un mendicante o un drogato, non si identificava in nessuna corrente politica, intellettuale o artistica e nemmeno lo si poteva definire propriamente un contestatore, poiché non pretendeva, utopisticamente, di migliorare o modificare la civiltà attuale, che non poteva essere contestata o riformata, ma soltanto risolta alla radice.

In merito all’epiteto “drogato”, è indiscutibilmente vero che gli hippy facevano largo uso di sostanze psicotrope (dette comunemente droghe) vedendo in esse lo strumento più efficace, quantunque assai pericoloso, per abbattere il muro dell’artificiosità dominante e ritrovare uno stato di innocenza o di autenticità, distinguendo tra quelle che possono favorire benefiche illuminazioni spirituali e quelle che, nella vana pretesa di colmare la vacuità connaturata al divenire, ottundono la coscienza: eroina, televisione, consumismo, ecc.

«[…] la nuova scena del 1967 si caratterizza per due aspetti dominanti e imprescindibili. Se uno è il citato legame con gli additivi lisergici e una conseguente ricerca cosmica, spaziale, magica ed esotica, il principale è quello del ritorno alla magia dell’infanzia e alla purezza intellettuale della fanciullezza. Quest’ultimo è senza dubbio il tema dominante della psichedelia inglese» (F. Ferrari, All’Ombra di Sgt. Pepper – Storia della musica psichedelica inglese, Roma, Coniglio Edit., 2007, p. 9.)

Il motto psichedelico per eccellenza, oltre a All right now, era Turn on, tune in, drop out, “accenditi, sintonizzati, esci fuori”; fuori dall’allucinazione, pressoché collettiva, dentro la Realtà.

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In questo percorso alla ricerca e conoscenza di se stessi non poteva mancare l’attrazione verso le filosofie orientali che già negli anni cinquanta avevano catalizzato l’interesse del movimento beat grazie anche all’opera divulgativa del giapponese Daisetsu Teitaru Suzuki stabilitosi aNew York nel 1953 e che attraverso numerose pubblicazioni, conferenze e lezioni accademiche pose le basi del futuro successo dello zen in America. Ha così origine quello che viene definito lo zen beat che discostandosi dalla severa disciplina proprie della pratica zen monastica, che per esempio non prevede l’uso di psicotici o alcool, pratica lo zen nel tentativo di liberare la coscienza dai suoi condizionamenti operando una sintesi tra modernità e antichità, tra oriente e occidente. La generazione hippy degli anni sessanta e settanta mostrerà sempre maggiore attenzione per gli aspetti apertamente spirituali e religiosi delle filosofie orientali. A riguardo ci sarebbe da scrivere tantissimo e, per chi volesse approfondire, lascio questo link (Il buddismo occidentale sarà psichedelico) che trovo esaustivo e molto ben articolato. Va detto però che furono diversi gli approcci e i coinvolgimenti dei giovani verso lo zen e la sua messa in pratica. Per esempio io, seppur troppo giovane per essere hippy ma non così tanto da non averne subito l’influenza, e molti come me, fui affascinata dal pensiero orientale senza però esserne mai completamente attratta o catturata. Uscire dalla religione cattolica per finirne in un’altra non mi sembrava affatto il mezzo ideale per arrivare alla conoscenza di me stessa e a quella sorta di illuminazione vagheggiata e agognata.
Molti furono invece coloro che ne restarono in diverse misure completamente coinvolti.
Chi ha più o meno la mia età ricorderà la gran schiera di Hare Krishna che girava nelle nostre città, la faccia bonaria ed euforica dell’induismo in occidente. Riuscirono ad attirare tutti coloro che dopo la grande abbuffata dalla spogliazione di regole e concetti di un tempo che fu avevano necessità di ritrovare una via da seguire. Una sorta anche di comune per i tanti che non avevano saputo gestire l’esperienza psichedelica ed erano sprofondati nell’abisso di droghe pesanti. Su costoro val la pena un approfondimento così come del resto anche per quanto riguarda la controcultura di quegli anni. A seguire.

Paola Mangano

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4 pensieri su “Dai beatnik agli hippy

  1. bello questo tuo scritto… io aggiungerei che l’entrata in scena dell’eroina all’interno della controcultura hippy non fu casuale, ma una precisa strategia messa in atto dal sistema dominate, per paura dell’idea stessa che quel movimento esprimeva, così come successe qualche anno più tardi con l’eversione iconoclasta dei punk, dove, come per magia, riapparve questa droga pesante. Il “fumo” era soltanto un appagamento per esaltare la propria voglia di libertà, e di questa libertà il sistema aveva paura. Però, come spesso succede, quando nasce un’idea libertaria che cambia le carte in tavola, questa non viene dimenticata. Lo stesso era successo con la restaurazione avvenuta dopo la Rivoluzione Francese, che non riuscì a debellare quello spirito che allora cambiò il mondo. Non è casuale se parliamo ancora degli anni ’60 perché in tutti i campi, soprattutto artistici, la bellezza di quella creatività dura tutt’ora, e non è “retromarcia”, ma la consapevolezza di un messaggio veramente autentico.

    • completamente in accordo con te. In questi ultimi anni si è fatto di tutto per screditare quel periodo e i giovani non capiscono che la libertà di cui godono è frutto della ribellione di quegli anni. Considerando che il potere riesce sempre ad incanalare e risucchiare o comunque a manipolare gli spiriti più liberi e rivoluzionari è necessaria una continua opera di critica e sensibilizzazione. Ultimamente però si è giunti a una rassegnazione totale del tipo “inutile ribellarsi intanto poi tutto torna come prima”. Se avessero pensato così i partigiani, per esempio, avremmo ancora il fascismo. Avevo iniziato questo mio studio sugli anni ’60 e ’70, da fuori perché a mio modo li ho vissuti, proprio per capire la deriva in cui siamo finiti. Perché sicuramente mi sono persa qualcosa strada facendo. Io non mi sento cambiata. Gli ideali di uguaglianza, libertà e di un sociale equo e rispettoso fanno ancora parte di me. Cos’è successo agli altri? Possibile che quel presunto benessere degli anni ottanta li abbia così trasformati o forse non sono mai stati veramente partecipi e coscienti della controcultura di quegli anni?

      • io penso che il problema sia proprio questo, essere circondati da un benessere (anche se fittizio, infatti vogliamo vivere al di sopra delle nostre possibilità) senza capire che, per continuare a vivere degnamente, è proprio necessaria la partecipazione di tutti perché le regole siano sempre rispettate. Anch’io vengo da quegli anni, e nonostante io sia arrivato un attimo dopo, ho vissuto i ’70 con la bellezza di voler essere protagonista mio modo per una società migliore. Non so se bisogna toccare ancora il fondo per accorgersi che bisogna svegliarsi, non so neanche se la politica rovinerebbe come sempre lo spirito originario delle idee, ma basterebbe poco (le basi risono già), per cambiare rotta.

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