Attenzione alla fondazione – tra politica e cultura

Non sono tanto i ricchi a far la beneficenza, quanto è la beneficenza che fa i ricchi. Oscar Wilde

Per costruire una casa ci vogliono solide fondamenta. Per perorare una causa ci vogliono solide fondazioni.

Un enorme potere, senza paragoni è concentrato nelle mani di un gruppo di persone, perfettamente coordinato e con la tendenza a perpetuare se stesso. Diversamente dal potere nelle aziende, non è controllato dagli azionisti; diversamente dal potere del governo, non è sottoposto al controllo popolare; diversamente dal potere nelle chiese, non è controllato da alcun canone consolidato di valori. (0)

Vi sarà capitato di sentir parlare di queste Organizzazioni Non Governative (ONG) americane. Alcune, tra le più attive ancor oggi, sono di vecchia data, come l’American Enterprise Institute (Aei) fondata nel 1943, ma la gran parte sono di recente istituzione. Il loro peso a livello internazionale non va sottovalutato perché esse esercitano un enorme potere e un’influenza corrosiva all’interno di quella che noi ancor oggi abbiamo la pretesa di definire società democratica.

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In totale negli USA sono presenti oltre 150.000 fondazioni, che negli ultimi 10 anni hanno sostenuto più di 450.000 progetti diversi extra-USA in tutti i 195 paesi del mondo. Queste fondazioni elargiscono donazioni per circa $4 miliardi l’anno ad organizzazioni senza scopo di lucro nei seguenti settori:

Istruzione e ricerca (università, scuole & istituti)

Diritti umani, migrazioni e rifugiati

Salute e medicina

Ambiente ed ecologia

Arte e cultura

Democrazia e società civile

Comunità

Sport e tempo libero

Sviluppo & sviluppo economico

Aiuti internazionali

Religione e fede

Attività benefiche in generale

Per molte fondazioni americane il sostegno internazionale è un’attività importante e in crescita che svolge un ruolo cruciale nel connettere gli americani al resto del mondo e il mondo all’America. La maggior parte dei finanziamenti è concessa ad organizzazioni che hanno base in Europa. (1)

Vengono definite “think tank” che tradotto equivale a “serbatoio di pensiero”. Il termine risale alla seconda Guerra Mondiale; si riferiva alla sala del quartier generale militare dove gli strateghi si isolavano per pianificare le operazioni. Ma letteralmente “tank” significa carro armato, sì…proprio quello che si usa in azioni militari e il rimando a una guerra del pensiero è piuttosto evidente.

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Non mi sembra quindi giustificabile la presa di posizione di questi ricchi elargitori di bene davanti allo scetticismo e alle critiche pesanti che nella stessa America gli vengono poste:

“C’è qualcosa nel DNA americano che è sospettoso nei confronti delle enormi concentrazioni di ricchezza, anche quando queste sono dirette verso il bene pubblico” ha detto William A. Schambra, direttore della Bradley Center for Philanthropy & Civic Renewal fondazione filantropica per il rinnovamento civico presso l’Hudson Institute. “E’vero, siamo orgogliosi del nostro impulso caritatevole nel senso più ampio, ma ci vediamo di più come supervisori per il controllo della croce rossa locale o dei club di ragazzi e ragazze, e non come miliardari che fanno fuori milioni per influenzare l’agenda politica”. (2)

Queste Fondazioni, con la loro influenza, promuovono ideologie nelle università, istituti di ricerca, istituzioni culturali, nei media e in ambito intellettuale. Si impongono quindi maggiormente sul piano della formazione. Tutto ciò poi ricade in modo preponderante anche al di fuori di essa; ad esempio i gruppi di intellettuali sostenuti dalle fondazioni producono libri e relazioni (inclusi molti dei principali lavori dell’economia americana, di scienza politica e sociologia); istruiscono commentatori per radio, televisione e media della stampa; tengono conferenze e producono politiche. Insomma impongono con l’invadente forza di un carro armato il pensiero globale moderno. E la guerra, vera o figurata, ha incrociato sovente le vicende di queste fabbriche di idee, dove oggi si producono munizioni culturali per il dibattito pubblico. In termini pratici si traduce in rapporti di poteri vantaggiosi per chi è già economicamente e politicamente egemone, pensando al posto nostro.

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Stephen Boucher e Martine Royo (autori del libro “Les think tanks. Cerveaux de la guerre des idées”) li considera delle vere e proprie macchine ideologiche al servizio di specifici interessi e/o ideologie e parlano di “pensiero mercenario”, un eufemismo per quello che altri chiamerebbero, meno sottilmente, “prostituzione intellettuale”.

Considerando che stiamo parlando della tanto bistrattata cultura, verso la quale ci si pone continuamente il problema della sua mancata attenzione da parte delle forze politiche, dovremmo ritenere l’appoggio di queste ONG un contributo più che dignitoso a riguardo. Allora bisognerebbe chiedersi dove vanno a finire i 290 miliardi di dollari (ma credetemi questi dati ufficiali sono una piccola parte dei soldi che fanno girare) che ogni anno vengono mobilitati dalla filantropia nazionale americana.(3) Di soldi ne devono arrivare parecchi anche qui in Italia ma il nostro patrimonio artistico crolla letteralmente a pezzi (pensiamo a Pompei per esempio, uno dei luoghi di interesse culturale internazionale). Non facciamo però di tutta l’erba un fascio, perché sicuramente molte di queste fondazioni umanitarie si occupano anche di erogare fondi per scopi più che nobili come la ricerca sul cancro per esempio o per altre malattie rare e al momento incurabili. Ma anche in questo caso credo si tratti di una piccola porzione di denaro messo a disposizione considerando che spesso i soldi destinati a tali ricerche alla fine vengono a chiederli a noi. E poi bisognerebbe anche capire se i risultati di queste ricerche saranno messi a disposizioni di tutti o solo per una ristretta cerchia di persone.

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Alcune fondazioni esistono da oltre un secolo, come ad esempio il trittico Ford (Ford Foundation), Rockefeller (Rockefeller Foundation) e Carnegie (Carnegie Foundation), dai nomi dei magnati che hanno fatto la storia dell’economia e dell’industria americana moderna. Un altro gigante si è aggiunto di recente, la Gates Foundation di Bill Gates, il fondatore di Microsoft. E naturalmente molti altri compreso anche Soros, Presidente del Soros Fund Management e dell’Open Society Institute, del quale ho già parlato in un precedente articolo. Ma non voglio soffermarmi solo su di lui perché in fondo tutti questi multimiliardari perseguono uno stesso obbiettivo: influenzare la politica e le istituzioni al fine di raggiungere una posizione di dominio nel mercato delle idee, che equivale poi al mantenimento e conseguente espansione del potere economico e politico, così com’è concepito oggi in tutto il mondo occidentale.

Dunque, possiamo chiamare i think tank “organizzazioni composte da esperti, che rimangono solitamente ai margini o al di fuori dell’arena politica, delle istituzioni rappresentative e dei corpi burocratici, […] create allo scopo di condurre ricerca, produrre idee, conoscenza, informazioni e strumenti tesi a orientare o influenzare il processo decisionale di specifiche politiche pubbliche.”(4)

Tra le più importanti vorrei ricordare la Heritage Foundation, il Cato Institute e l’American Enterprise Institute. Ma si rinnovano e continuano a nascerne altre di uguale rilevanza. Per esempio la Foundation for Defense of Democracies (di cui è membro Michael Ledeen che attualmente intrattiene contatti diretti con Matteo Renzi) (5) fondata dopo 11 settembre 2001 da un gruppo di filantropi e politici visionari che lavorano per difendere i “popoli liberi” (America, Israele e Occidente) dai loro nemici. La fondazione ha una linea “pro Israele” con l’obbiettivo di spronare un’aggressiva guerra al terrore in medio oriente e colpire il dissenso nelle università americane. (6)

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Queste fondazioni perpetuano il sogno di ogni intellettuale; vedere le proprie idee messe in pratica dal principe. In pratica i think tank hanno sostituito le figure degli intellettuali, ora considerate in declino, ma che con i loro studi teorici hanno influenzato su ogni fronte tutta la nostra storia passata. Ma è ancora più giusto dire che i think tanks assoldano gli intellettuali che si configurano su un determinato tipo di pensiero garantendo loro facoltà di parola nell’arena pubblica, notorietà e accesso al dibattito pubblico. L’intellettuale non inquadrato in questo contesto organizzato è merce rarissima. Oserei dire che tra i superstiti si potrebbero riconoscere i blogger, più o meno culturalmente preparati, che attualmente restano tra gli ultimi baluardi di libertà di pensiero e per questo nel mirino di nuove e future legislazioni in merito. Insomma stanno cercando di imbavagliarci. Pensate sia esagerato? Spesso la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. Ma potrebbe non essere necessario infine un intervento restrittivo nei confronti di chi in modo indipendente continua a svolgere una sorta di libera informazione, di diffusione di pensieri e idee fuori da schemi economico/sociali, e sapete perché? Perché facebook ha tolto visibilità ai blog. In pochissimi ormai si soffermano su un articolo di un blog, impegnati come siamo tutti a star dietro alle svariate facezie dei tanti nostri amici facebookiani. Tendo a semplificare le argomentazioni ben sapendo che le motivazioni sono tante ma sicuramente una è questa.

Ma ritorniamo all’argomento del post cercando di riassumere i meccanismi articolati e complessi che muovono questi sistemi che, catalizzando il pensiero delle masse, acquisiscono sempre maggior potere a discapito poi di coloro che hanno abboccato all’amo.

L’imprenditore, il politico, le istituzioni, gli operatori dell’informazione, ovvero la domanda, si rivolgono al think tank o all’esperto per le stesse ragioni per le quali ci si rivolge a un consulente finanziario o un manager: ottenere il massimo dei risultati con il minimo dei costi.

Prendiamo come esempio l’American Enterprise Institute (Aei) che può essere considerata una via di mezzo tra tutti i think tank sia come orientamento ideologico che come modello organizzativo.

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American Enterprise Institute

L’Aei, è stato il centro di ricerca più importante degli Stati Uniti dello scorso decennio, il più vicino all’amministrazione Bush nella definizione dell’agenda della politica estera. Tutti i grandi think tank sono vicini ai palazzi del potere, L’Aei è localizzato al centro della vita politica di Washington, al 1150 della diciassettesima strada, in quella che viene definita “la città della politica”. Cosa costa a un privato avere una simile localizzazione? Immagino “più” che parecchio. All’interno dei suoi edifici può capitare di ascoltare gli scholars del centro o i relatori invitati a discutere il tema del giorno, tra i quali primi ministri stranieri, diplomatici, membri del cabinet, politici, professori. Per partecipare, chiunque voi siate, è sufficiente una registrazione on line: nessun controllo di sicurezza all’ingresso, nessun filtro fino a esaurimento posti. Dopo la registrazione in loco dovrete solo appuntarvi sulla giacca un badge con il vostro nome. Durante i seminari della mattina è offerta una ricca colazione self-service consumata in tazze di ceramica su tavoli circolari da sei. Se non siete a Washington potete comunque assistere a questi seminari, fino anche a tre al giorno, sul sito dell’Aei che li trasmette in diretta. Ma sarete tenuti fuori da quelli che più contano e che vedono protagonisti uomini di stato, presidenti, finanzieri e quant’altro ma che per il vulgo restano tassativamente a porte chiuse. Tutto sommato anche se non si può prendere parte al tavolo di chi muove le pedine la sensazione è quelle di essere parte di un programma socio-culturale in evoluzione, un sogno per rampanti manager e per tutta quella categoria di persone pronte a tutto pur di arrivare a una seppur minima posizione sociale di prestigio.

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Sì….il Dalai Lama ospite d’onore all’Aei

All’interno dell’Aei sono attivi un centinaio di ricercatori, scienziati, politologhi, sociologi, storici, filosofi e chi più ne ha più ne metta. Ogni settimana pianificano le loro attività discutendo su un ordine del giorno. Oltre all’attività di studio e ricerca vera e propria però un membro dell’Aei è molto attivo anche all’esterno di essa; interviene in trasmissioni tv e radio, scrive articoli per riviste scientifiche e quotidiani, insomma espande il pensiero in ogni direzione ed è impossibile non esserne contaminati chiunque voi siate. Sono molto richiesti e considerati tra i più qualificati e accreditati per parlare su determinati argomenti non essendo, all’apparenza, affiliati a nessun partito politico. In realtà, e mi sembra si sia capito da quello già detto sopra, essendo finanziati dai magnati dell’industria questi esperti ricercatori non possono che divulgare concetti e idee ben prestabilite dalla base per darci l’impressione di essere coinvolti in un dibattito sociale dove varie parti si confrontano. Ecco perché poi non cambia mai niente. Anzi riescono addirittura a persuaderci che un certo tipo di presa di posizione sia necessaria, se non inevitabile. Pensiamo per esempio ai grandi scenari di geopolitica come fu quello della guerra in Iraq. L’Aei è stata una delle principali fucine di obbiettivi simbolici e materiali rivolti verso l’attacco a Saddam. Il centro doveva evidenziare l’inevitabilità del conflitto, mostrare l’assoluta fattibilità dell’occupazione e della ricostruzione di un paese straniero, accreditare pubblicamente la nuova classe dirigente irachena che l’Aei aveva deciso di sostenere, suggerire al governo linee guida per il processo di ricostruzione irachena. Se questo non è fare politica allora cos’è?

Il sistema più subdolo con cui agiscono le fondazioni americane è quello di installarsi nei paesi del terzo mondo, in America latina, in Africa, in Europa orientale promuovendo lo sviluppo economico, come per esempio il microcredito, gestendo cliniche mediche, sostenendo università ed istituti, e facendosi promotori dei diritti umani in generale. In questo modo riescono ad avvicinarsi alla gente, all’opinione pubblica, usandola come strumento di pressione sui governanti. E questo ovviamente non è una cosa negativa, laddove essa è necessaria, se non fosse che alla fine dei giochi queste, all’apparenza, inoffensive organizzazioni serviranno a difendere gli interessi americani e a promuovere la visione americana del mondo permettendo l’installazione di governi compiacenti, generalmente in zone considerate strategiche, per gli interessi economici americani ovviamente.

E in Italia? I think tank italiani – per quanto numerosi – sono ancora troppo giovani e di dimensioni ridotte. Si distinguono per l’estrema personalizzazione del loro marchio legati ai leader di partito.

think tank anno patron
Fondazione Liberal                              1995                                  Adornato
Fondazione ItalianiEuropei                  1998                        D’Alema – Amato
MezzogiornoEuropa                              2000                             Napolitano
Free Foundation                                    2000                                Brunetta
Astrid                                                    2001                              Bassanini
Nens                                                     2001                          Visco – Bersani
Glocus                                                    2003                              Lanzillotta
Fondazione Magna Carta                      2003                        Pera/Quagliariello
Fondazione Nuova Italia                        2003                              Alemanno
VeDrò                                                     2005                             Alfano/Letta
Fondazione FareFuturo                          2007                                  Fini
Fondazione Cloe                                    2008                                Minniti

Questi sopra elencati sono alcuni dei think tank italiani. Sono in costante crescita e ad oggi se ne contano più di 100. Circa il 40% sono organizzazioni con interessi politici o d’opinione che attraverso l’uso strategico di strumenti scientifici (ricerche, summer school, workshop, seminari, libri, riviste) promuovono una particolare idea politica o cercano di orientare l’opinione pubblica a sostegno di un’idea specifica che può trovare (oppure no) rappresentanza da parte della politica.

Vediamo per esempio VeDrò il think tank di Letta che ha definitivamente chiuso i battenti lo scorso ottobre 2013.

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Nato per “riflettere sulle declinazioni future dell’Italia e delineare scenari provocatori”, ha saputo muoversi con grande abilità in questi anni, tra relazioni bipartisan e giornalisti, tanto da trovare posti nel governo, in parlamento, in commissioni di prestigio, o in enti statali e affini. La nuova balena (bianca) che ha battuto il vecchio Caimano è un network, un pensatoio di “giovani” (categoria che in Italia va dai 29 ai 59 anni) del Pd, del Pdl, che insieme a vip dell’economia, delle professioni, dello sport e dello spettacolo ogni anno a partire dal 2005 si sono riuniti per tre giorni a fine agosto a Dro, sul Lago di Garda. Di VeDrò faceva parte anche Renzi.

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Recentemente è stata accertata alla fondazione un’evasione fiscale per ben 98 miliardi di euro di cui 96,5 sono stati condonati, (il comandante della Guardia di Finanza che ha accertato l’evasione, Rapetto, è stato costretto alle dimissioni). Sponsor come Enel, Eni, Edison, Telecom Italia, Vodafone, Sky, Lottomatica, Sisal, Autostrade per l’Italia, Nestlé, Farmindustria, il gruppo Cremonini hanno contribuiscono a finanziarlo Si potrebbe dire che l’epilogo di VeDrò sia in parte una vittoria del Movimento 5 stelle. Infatti i parlamentari grillini fin dalla nascita dell’esecutivo hanno puntato il dito contro il think tank denunciando finanziamenti illeciti alla fondazione.

Enrico Letta è stato definito l’uomo dei think tank italiani fondati, guidati, rilanciati, secondo un’idea un po’ anglosassone della politica e dei rapporti con i centri studi che sembra far parte del suo pedigree. Oltre a VeDrò Arel, Aspen Istitute Italia e l’ultima nata, l’associazione Trecentosessanta.

Ma è un bene o un male l’esistenza di queste fondazioni?

Da una parte è sicuramente un bene; sono interessanti serbatoi di pensiero dove la cultura si mescola alla politica e all’economia e possono essere un efficace sistema per l’occupazione giovanile se giustamente retribuita e non sfruttata (e questo è sicuramente un punto dolente).

Il problema è che per essere attive le fondazioni devono farsi finanziare e anche parecchio. Chi investe (chi ha denaro in abbondanza per finanziarle) pretende che all’interno di esse si sviluppino determinate idee atte a mantenere lo status dominante dei magnati dell’economia. Perciò la diffusione dei think tank non rappresenta una garanzia di democrazia e in un paese che si definisce libero e democratico una situazione di questo genere è inaccettabile.

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Note

(0) Conclusioni di un’indagine conoscitiva sulle fondazioni statunitensi effettuata da un comitato del Congresso americano nel 1952 http://www.informarexresistere.fr/2012/10/12/la-perniciosa-influenza-planetaria-delle-fondazioni-e-think-tank-degli-stati-uniti/

(1) http://www.international-funding.org/italiano/index.php

(2) http://www.nytimes.com/2010/11/11/giving/11PLEDGE.html?pagewanted=all&_r=1&

(3) Fondazioni Usa modello di business (da Il Sole 24 Ore – 2 marzo 2012)

(4) Diane Stone http://www2.warwick.ac.uk/fac/soc/pais/people/stone/

(5) http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2012/6-settembre-2012/quella-rete-americana-asse-clinton-blair-2111718004332.shtml

(6) http://www.rightweb.irc-online.org/profile/foundation_for_defense_of_democracies

 

 

Bibliografia

Les think tanks. Cerveaux de la guerre des idées, par Stephen Boucher et Martine Royo

Ed. le Félin, 2006,

http://www.glieuros.eu/I-think-tank-europei-pensano-al,4500.html?lang=fr

Mattia Diletti. “I think tank – Mattia Diletti-2.epub”. iBooks

http://www.linkiesta.it/vedro-governo

http://www.lintraprendente.it/2013/10/vedro-la-lobby-che-ha-fatto-il-governo-letta-e-vuol-rifare-la-dc/

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