Guerra fredda culturale

Prima di approfondire il discorso sulle fondazioni americane, i “think tanks” e le ong, riguardo alle quali sto preparando un articolo, voglio riproporre un mio vecchio studio che tratta di questo argomento e di come esse ebbero grande influenza in Italia (ma in realtà in tutta l’Europa) già durante il dopoguerra. La fonte principale delle informazioni che andrete leggendo le ho tratte dal libro “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale” di Frances Stonor Saunders.

Timson LSR

Vi è un’altra ragione piuttosto evidente per cui mi sono da tempo intestardita su questi argomenti. Innanzitutto l’appiattimento culturale in cui siamo sprofondati e il sentito bisogno, espresso su molti fronti, di nuovi intellettuali, figure centrali della storia della nostra modernità. Parliamo di coloro che con il loro scrivere e pensare hanno dato vita a campagne di pensiero contro chi tirava le fila del potere ma che, allo stesso tempo, non hanno mai rinunciato a criticare anche la loro stessa parte. In verità sono sempre più convinta che di uomini capaci, fecondi di nobili pensieri e di indirizzi ideologici ce ne siano moltissimi. Il problema è che non possono fare sentire la loro voce soverchiati come si trovano da una struttura ben consolidata di industria della cultura, preconfezionata a regola d’arte per manipolare la coscienza collettiva.

“Guerra Fredda” (1945-1990), io la chiamerei la rivoluzione grigia, grigia come il bianco e nero delle tv che ci trasmettevano messaggi di catastrofi imminenti, con la paura costante di un conflitto mondiale. Grigia come la corsa agli armamenti nucleari, grigia come la cortina di ferro, la linea immaginaria di separazione dei paesi dell’Europa occidentale dagli stati socialisti dell’Europa dell’est. Grigia come le figure che l’hanno per forza di cose attraversata, gestita e condotta alla sua fine; gli agenti di intelligence americani.

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La giornalista inglese Francis Stonor Saunders ha pubblicato nel 2000 il libro “The Cultural Cold War: The CIA and the Worlds of Arts and Letters” (The New Press, New York 2000) parzialmente tradotto in italiano “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale” edito dalla Fazi nel 2007. Grazie a documenti recentemente desecretati e interviste esclusive, l’autrice fornisce la prova di una vera e propria “battaglia per la conquista delle menti” ingaggiata dalla CIA al fine di orientare la vita culturale dell’Occidente, dal richiamo del comunismo a quello a favore di posizioni più compatibili con l’american way of life, attraverso iniziative ambiziosissime: congressi, conferenze internazionali, festival musicali.

Nel pieno della Guerra Fredda, il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse ad un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale, messo in atto con estrema riservatezza dalla CIA. L’atto fondamentale fu l’istituzione del Congress for Cultural Freedom (Congresso per la libertà della cultura), organizzato dall’agente Michael Josselson tra il 1950 ed il 1967.

“La sua fama si era diffusa nelle conversazioni informali che si svolgevano tra gli uomini dei Servizi in Europa. Era il grande faccendiere, quello che riusciva a fare di tutto. Qualsiasi cosa. Se volevi attraversare il confine sovietico, cosa virtualmente teoricamente impossibile, Josselson riusciva a fartelo fare. Se ti serviva un’orchestra sinfonica, Josselson te la procurava.” (Stuart Hampshire, intervista, Oxford, dicembre 1997).

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Al suo culmine, il Congresso aveva uffici in trentacinque paesi (alcuni extraeuropei) e a libro paga decine di intellettuali; pubblicava una ventina di prestigiose riviste, organizzava esposizioni artistiche, conferenze internazionali di alto livello e ricompensava musicisti ed altri artisti con premi e riconoscimenti vari.

Ecco quindi che in Italia, oltre alla P2 e Gladio che conosciamo come il prodotto dell’ossessione di un oltranzismo atlantico golpista e antidemocratico, esisteva anche un anticomunismo altrettanto tenace ma illuminato, progressista e persino di sinistra. La rete del Congresso ne costituiva la facciata pubblica o, se si preferisce, presentabile. La sezione italiana del Congresso, denominata Associazione italiana per la libertà della cultura, fu istituita da Ignazio Silone alla fine del 1951 e divenne il centro propulsivo, anche e soprattutto sotto il profilo logistico ed economico, di una federazione di circa cento gruppi culturali quali l’Unione Goliardica nelle Università, il Movimento Federalista Europeo di Altiero Spinelli, i Centri di Azione Democratica, il Movimento Comunità di Adriano Olivetti e vari altri. Silone, durante il suo esilio svizzero in tempo di guerra, aveva avuto contatti con Allen Dulles, allora capo dello spionaggio statunitense in Europa (durante la guerra era nel consiglio di amministrazione della Banca Schroeder, braccio finanziario del nazismo, e in seguito avvocato della Standard Oil Company di John D. Rockefeller) e con Serafino Romualdi, stretto collaboratore di Rockefeller, agente dell’OSS (Office of Strategic Services), il precursore della CIA) che lo aiutarono a introdursi clandestinamente in Italia.

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Fra i presidenti onorari del Congresso, tutti filosofi rappresentanti di un nascente pensiero euro-atlantico, troviamo anche Benedetto Croce. Ad ottant’anni di età, era riverito in Italia come padre nobile dell’antifascismo avendo sfidato apertamente Mussolini. All’epoca dello sbarco alleato in Sicilia, era stato un utile contatto per William Donovan, allora il massimo responsabile dell’intelligence statunitense che già nel 1915 compì una missione umanitaria in Europa per conto della Fondazione Rockefeller.

I contatti che i nostri intellettuali strinsero con il controspionaggio statunitense durante il regime fascista furono dettati dalla necessità impellente del tragico momento. Ma si sa, quando l’America ti porge la mano non lo fa mai a titolo gratuito soprattutto se dietro si muovono soldi e personaggi come i Rockefeller. L’interesse subdolo era quello di penetrare in modo costante nel sistema intellettuale della sinistra italiana (ma anche nel resto dell’Europa occidentale), per poterla controllare e gestire contro l’ideologia imperante del comunismo russo.

Il Congresso raccolse uomini di cultura in gran parte di estrazione liberal democratica o radicali, di sinistra non marxista o ex comunisti delusi dallo stalinismo. Fra gli italiani risultarono coinvolti, oltre a Croce e Silone, Nicola Chiaromonte, Guido Piovene, Altiero Spinelli, Carlo Levi, Italo Calvino, Vasco Pratolini.. Alcuni di loro sapevano che il congresso era una creatura della CIA, altri lo intuivano ma preferivano non approfondire, altri ancora, probabilmente, ne erano ignari. La libertà culturale quindi non venne a buon mercato. Nei diciassette anni successivi alla fondazione, la CIA pompò nel Congresso, ed in progetti collegati, ben dieci milioni di dollari.

Una caratteristica della strategia di propaganda culturale fu la sistematica organizzazione di una rete di gruppi privati “amici” in un consorzio ufficioso: si trattava di una coalizione di fondazioni filantropiche, imprese e privati, che lavoravano in stretto collegamento con la CIA per dare a quest’ultima copertura e canali finanziari al fine di sviluppare i suoi programmi segreti in territorio europeo. Nello stesso tempo, l’impressione era che questi “amici” agissero unicamente di propria iniziativa. Questa tattica si può considerare come uno dei primi esempi di come agiscono da un certo tempo a questa parte le ONG sostenute dall’Occidente in giro per il mondo sostenendo le così dette “rivoluzioni colorate”. L’uso delle fondazioni filantropiche si rivelò il modo più efficace per far pervenire consistenti somme di denaro ai progetti della CIA, senza mettere in allarme i destinatari sulla loro origine in particolar modo le prestigiose fondazioni Ford, Rockefeller e Carnegie che assicurarono “la migliore e più credibile forma di finanziamento occulto”.

E’ più che lecito chiedersi a questo punto se è giustificabile che un altro Stato intervenga, in modo clandestino, nei fondamentali processi dello sviluppo culturale organico, del libero dibattito, nell’autonomo flusso di formazione e discussione delle idee. Al posto della libertà in questo modo si crea una non libertà entro la quale le persone pensano di agire liberamente mentre in realtà sono mosse da forze che non controllano. Questo accadeva durante la Guerra Fredda (e questo accade ancora oggi).

Uno degli uffici del Congresso era stato aperto a Roma nel 1954 nel palazzo Pecci-Blunt, dove Mimì, la padrona di casa, animava uno dei salotti più esclusivi e meglio frequentati della capitale (figlia del capo della Guardia Pontificia e nipote di Leone XIII, sposa nel 1919 Cecil Blunt, un ricco banchiere newyorkese).

La contessa Mimì Pecci Blunt

La contessa Mimì Pecci Blunt

“La contessa Pecci Blunt è una signora aristocratica ma laboriosa, di studi letterari e archeologici, con una passione per Roma sparita (colleziona libri, documenti preziosi e rari, quadri e mappe da far invidia al Museo di Roma), una bella casa in palazzo Malatesta, a piazza Aracoeli, una collezione di quadri antichi e moderni (da Rembrandt a De Chirico, da Tiepolo a Magnasco, da Van Dick a Picasso, da Corot a Foujita, da Veronese a Carrà), insomma una trinità di passioni : arte, musica e letteratura. Mimì Pecci vive a Parigi sei mesi all’anno e il suo salotto è un vero luogo di incontri, come lo diventa subito quello romano. In quei salotti può sviluppare i suoi interessi e sviluppare il suo attivismo, le sue curiosità, con quella dose di fanatismo che è alla radice di tante passioni” (G. Appella, introduzione alla monografia Galleria della Cometa, Roma, 1989).

Il Conte Pecci Blunt era inoltre intimo amico di Nicolas Nabokov, cugino del romanziere Vladimir, compositore entrato nell’Information Control Division ove ci si aspettava che creasse buone armi psicologiche e culturali prima contro il Nazismo e poi contro il comunismo.

Palazzo Caetani in via delle Botteghe Oscure in una foto del 1930

Palazzo Caetani in via delle Botteghe Oscure in una foto del 1930

A due passi da Palazzo Malatesta, dimora di Mimì, si trova Palazzo Caetani che vedeva regnare un’altra regina dei salotti, la mecenate statunitense legata agli ambienti del Congresso Marguerite Chapin Caetani. Con la sua rivista “Botteghe oscure”, promosse non pochi grandi nomi della letteratura e poesia italiana del Novecento. Suo genero era, guarda caso, Sir Hubert Howard, ex ufficiale dei servizi segreti alleati specializzato nella guerra psicologica ed in rapporti di fraterna amicizia con il nipote del presidente Roosevelt, quel Kermit Roosevelt che dapprima nell’OSS e poi, reclutato dalla CIA, fu tra i più convinti fautori del programma di guerra psicologica. Kermit era anche uno dei piú convinti sostenitori della sinarchia, cioè dell’idea di un Governo Mondiale, prefigurato nell’ultimo Ottocento da uomini come Saint-Yves d’Alveydre, Ruskin, Rhodes, Rothschild e cioè da finanzieri, sociologi e massoni. Una delle più strette collaboratrici della Caetani era Elena Croce, figlia del filosofo Benedetto, il cui marito Raimondo Craveri, agente dei servizi segreti partigiani, dopo la Liberazione indicava all’ambasciata statunitense i politici di cui fidarsi. Elena invece selezionava gli uomini di cultura con cui valeva la pena parlare. Nella loro casa si potevano intrecciare le relazioni più cosmopolite, incontrandovi Henry Kissinger così come il futuro presidente Fiat Gianni Agnelli, ma su tutti dominava il magnate della finanza laica italiana, fondatore di Mediobanca, Raffaele Mattioli. Gli americani si fidavano a tal punto del commendator Mattioli che nel 1944, a guerra evidentemente ancora in corso, avevano già discusso con lui i programmi per la ricostruzione. Oltre a finanziare abbondantemente la cultura, Raffaele prestò le sue non disinteressate, pur se discrete, attenzioni anche al PCI, con il quale aveva canali aperti già durante il Ventennio. Mattioli era amico di Nelson Aldrich Rockefeller e in contatto con la fondazione Rockefeller che intervenne finanziariamente, per fare un esempio, sostenendo dal 1949 al 1960 l’Istituto Italiano di Studi Storici di Benedetto Croce.

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Che stress…….non c’è luogo ove io getti uno sguardo senza trovarmi tra le palle un dannatissimo Rockefeller (è un po’ poco professionale come affermazione ma quando ci vuole ci vuole).

L’uso delle fondazioni filantropiche quindi si rivelò il modo più efficace per far pervenire consistenti somme di denaro ai progetti della CIA, senza mettere in allarme i destinatari sulla loro origine. “Questa tecnica risultava particolarmente opportuna per le organizzazioni gestite in modo democratico, dato che devono poter rassicurare i propri membri e collaboratori ignari, come pure i critici ostili, di essere in grado di contare su forme di finanziamento privato, autentico e rispettabile” – sottolineava uno studio interno della stessa CIA risalente al 1966.

Addirittura, all’interno della Fondazione Ford venne istituita un’unità amministrativa specificamente addetta a curare i rapporti con la CIA, che avrebbe dovuto essere consultata ogni volta che l’agenzia avesse voluto usare la fondazione come copertura o canale finanziario per qualche operazione. Essa era formata da due funzionari e dal presidente della fondazione stessa, John McCloy il quale era già stato segretario alla Difesa e presidente, nell’ordine, della Banca Mondiale, della Chase Manhattan Bank di proprietà della famiglia Rockefeller e del Council on Foreign Relations, nonché legale di fiducia delle Sette Sorelle. Un bel curriculum, non c’è che dire. La Cia indirettamente proponeva agli intellettuali di esaltare gli Stati Uniti come paladino di tale libertà, proprio mentre le sue ingerenze erano finalizzate a intaccarla e a impedire la critica della politica estera americana. Predicare libertà culturale e praticare (se necessario) la censura diventa insomma la parola d’ordine negli ambienti Cia.

Quando nel maggio 1967 si scoprì che i fondi sponsorizzati dal Congresso per la Libertà della Cultura a prestigiose riviste (riviste anche italiane come “Il Mondo”, “Il Ponte”, “Il Mulino” “Nuovi Argomenti” e “Tempo Presente”) provenivano dalla CIA, Silone e Chiaromonte, allora direttori di Tempo Presente, immediatamente si dimisero dal Congresso e interruppero la pubblicazione della rivista mostrando incredula disperazione.

Reale o falsa questa disperazione?

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La figura di Silone resta avvolta nel mistero. Dario Biocca, storico che studiò le carte della Polizia politica fascista ha dichiarato, nel suo libro “Silone, la doppia vita di un italiano”, che di certo Silone, allora ai vertici dell’organizzazione comunista clandestina e attivo negli uffici dell’Internazionale, per molti anni fu un informatore della polizia fascista (il suo referente era il funzionario della Polizia politica fascista Guido Bellone) riportando notizie sulla struttura interna del partito comunista, i nomi dei dirigenti e i loro spostamenti. Non mi voglio addentrare in questa vicenda ma per la CIA un personaggio ambiguo come Silone risultava perfetto per i loro scopi. E’ possibile che una figura di intellettuale come Silone e pure come di Chiaromonte potessero essere lontani come pensiero da certi ambigui giochi di potere anche se mi risulta strano in relazione alle loro esperienze avute durante l’ultima guerra e come ho già descritto più sopra.

Chiaromonte poi nel marzo 1949 prese parte ai lavori di sabotaggio della “Conferenza culturale e scientifica sulla pace mondiale” tenutasi presso l’hotel Waldorf di New York, come iniziativa del Cominform. Al decimo piano dell’hotel era stata allestita una vera e propria dependance della CIA messa a punto da Sidney Hook, ex membro del Partito Comunista Americano deluso dagli ultimi avvenimenti che arrivavano dall’unione sovietica e diventato ben presto beniamino dei conservatori. Quello che Hook aveva intenzione di fare, insieme a un nutrito gruppo di intellettuali americani e stranieri, tutti bene o male ex comunisti tra i quali Chiaromonte appunto, era dirottare l’opinione pubblica contro i partecipanti al congresso. Tutto quello che accadde in quei giorni è ben descritto nel libro “Gli intellettuali e la CIA. La strategia della guerra fredda culturale” di Frances Stonor Saunders comprese le ripercussioni che ebbero i partecipanti a quel congresso.

A tal proposito Arthur Miller scrisse:

L’atmosfera si riscaldava di sentimenti bellicosi (…). Non si poteva negare la possibilità di ritorsioni nei confronti dei partecipanti alla conferenza, mano a mano che si avvicinava il giorno di apertura (…). E infatti, con il passar dei mesi, le etichette di “sostenitore della conferenza del Waldorf” o di “partecipante” sarebbero diventate elementi validi a certificare la mancanza di lealtà del soggetto (…). Che un incontro di scrittori e artisti potesse suscitare sospetti tanto diffusi e collera pubblici rappresentava qualcosa di assolutamente nuovo nel mondo del dopoguerra. Arthur Miller, Timebends, cit.

Alla fine anche a Chiaromonte fu chiaro di essersi imbarcato in un’impresa poco nobile:

“Quello che dicono Hook e i ragazzi, a ben vedere, non è di essere d’accordo col dipartimento di Stato, ma di essere pronti, alla fine, a sottomettersi alla ragion di Stato americana contro i russi (…..) è un atto preordinato di conformismo, molto negativo, proprio dal punto di vista democratico.” Nicola Chiaromonte, cit. in Carol Brightman, Writing Dangerously, cit.

Ancora un po’ e avrebbe scoperto che invece del dipartimento di Stato dietro a Hook vi era proprio l’intelligence ufficiale statunitense, anche se mi è difficile credere non ne avesse avuto sentore considerando gli inequivocabili personaggi che gravitavano in quei giorni attorno a lui.

Mi devo fermare qui perché i fatti da raccontare sono talmente tanti che non potrei approfondire con il dovuto rispetto se non scrivendo a mia volta un libro.

Ritengo sia di grande importanza essere a conoscenza di questi accadimenti per capire come attraverso le leve della finanza, della cultura e dell’informazione questa sorta di governo occulto è stato in grado di influenzare e condizionare il corso della politica. Occulto e onnipresente. Perché privo di legittimazione democratica poteva agire al di fuori di qualsiasi principio di responsabilità e quindi violare qualsiasi regola. A detta di Arthur Koestler, ideatore del libro “Il Dio che è fallito – Testimonianze sul comunismo” che raccoglie la testimonianza di scrittori e giornalisti che si erano iscritti al Partito Comunista (o erano stati molto vicini a farlo), ma che poi avevano cambiato radicalmente idea e ne erano usciti, rispondere alla menzogna della campagna sovietica con la verità della propaganda americana non sarebbe stata credibile in Europa perciò fu necessario affidarsi alle “mezze verità” diffuse dalle élite locali.

L’America “non sarebbe stata salvata dalle armi, né dal denaro ma da una minoranza pensante, dato che il mondo si sta estinguendo perché non pensa, ma solo consuma” (Jean Cocteau).

Qualcuno potrebbe obbiettare che in quella disperata Europa divisa tra nazismo, fascismo e comunismo, massicciamente provata da due tragici conflitti, qualcosa si doveva fare per evitare un rigurgito dittatoriale che allora si configurava legato all’ideologia marxista, se poi si poteva fare senza altro spargimento di sangue ancor meglio. Può essere anche vero e io stessa se fossi vissuta a quei tempi avrei senza dubbio guardato con grande interesse verso la democratica e libera America. Non se ne vuole quindi fare un torto a tutti quegli intellettuali che in buona fede hanno seguito quella American way che si prefigurava come la strada più attraente verso la costruzione di un uomo nuovo. A cinquant’anni di distanza però, e alla luce del saggio della Saunders, è evidente che gli strateghi di “packet”, nome in codice del piano di guerra psicologica della CIA, hanno programmato l’attacco culturale al PCI, così come è accaduto con i laburisti in Inghilterra, i socialdemocratici in Germania e i socialisti in Francia, producendo nei laboratori della guerra psicologica le idee che dovevamo professare diffondendole attraverso il cinema, la letteratura, la pittura e la musica e ovviamente i giornale e la televisione. Di fronte a tutto questo non possiamo non chiederci quanti di tutti quegli scrittori e intellettuali che acquisirono prestigio internazionale per le loro idee furono in realtà figure di secondo piano, pubblicitari di democrazia, le cui opere sarebbero state condannate ad ammuffire negli scantinati delle librerie, dove probabilmente giacciono invece tanti altri meritevoli?

Comunque il risultato finale è stato talmente eclatante che la si può considerare la grande prova per tutto ciò che è accaduto dopo e che ancor oggi abbiamo davanti senza rendercene conto. La guerra fredda culturale non è mai finita.

Svelando queste verità, e ricordo che il libro della Saunders non ha avuto da parte della stampa la risonanza che avrebbe meritato, si innesca un processo di recupero estremamente utile per comprendere il presente.

Paola Mangano

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Bibliografia

“The Cultural Cold War: The CIA and the Worlds of Arts and Letters” (The New Press, New York 2000)

http://blog.maremagnum.com/articoli/?p=481

http://blog.maremagnum.com/articoli/?p=458

http://primo.storiainrete.com/perizia.php

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