Per i morti di Reggio Emilia

 « Se non ci fossero stati i Cantacronache e quindi se non ci fosse stata anche l’azione poi prolungata, oltre che dai Cantacronache, da Michele L. Straniero, la storia della canzone italiana sarebbe stata diversa. Poi, Michele non è stato famoso come De André o Guccini, ma dietro questa rivoluzione c’è stata l’opera di Michele: questo vorrei ricordare » (Umberto Eco)

I Cantacronache

I Cantacronache

Cantacronache è stato un gruppo-movimento fondato a Torino nel 1958 che mise insieme musicisti, scrittori e artisti di varia natura, tra i quali Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini, Sergio Liberovici e buona parte dell’intellettualità del tempo, per recuperare le radici della canzone popolare italiana (quella dei cantastorie, per esempio, che sono stati i “mass media” di certi luoghi e certi tempi, quando ancora la trasmissione orale era essenziale, o quella dei canti di lavoro, o dei canti della Resistenza) e trasferirla al presente, facendone veicolo di comunicazione e denuncia per “chi non ha voce”: la classe operaia, gli studenti, le donne, gli sfruttati, i diseredati… Una sorta di “folk revival” sulla quale nacque “la canzone politica”.

Mario Dondero I Cantacronache in una “tampa” di Torino. Da sinistra a destra Michele Straniero, Sergio Liberovici, Margherita Galante Garrone, Sergio Modei, anni ‘60

Mario Dondero
I Cantacronache in una “tampa” di Torino. Da sinistra a destra Michele Straniero, Sergio Liberovici, Margherita Galante Garrone, Sergio Modei, anni ‘60

Vi parlo di questo gruppo in relazione alla canzone di Fausto Amodei “Per i morti di Reggio Emilia” che ho spesso sentito senza mai sapere bene da chi fu scritta e soprattutto a cosa si riferisse.

Fausto Amodei  è stato uno dei protagonisti del movimento Cantacronache ed è considerato uno chansonnier di protesta. La sua canzone, a cui arrise un grosso successo di massa, cantata nel corso di ogni manifestazione operaia e studentesca, si riferisce proprio a quei fatti del  7 luglio 1960 quando, durante una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine. I loro nomi, immortalati nella celebre canzone: Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli.

Ma cosa successe quel giorno?

In risposta alla sollevazione genovese del 30 giugno, Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione. La proposta antifascista però si diffuse in altre città. La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclamò lo sciopero cittadino per il giorno seguente. La polizia aveva proibito gli assembramenti e l’unico spazio consentito – la Sala Verdi, 600 posti – era troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investì la manifestazione pacifica: “Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un’autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti”, ricorda un testimone, l’allora maestro elementare Antonio Zambonelli.

ReggioEmilia

Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, parteciparono alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d’acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercarono rifugio nel vicino isolato San Rocco, “dove c’era un cantiere”, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi, “entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi…”. “Altri manifestanti,” aggiunge Zambonelli, “buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza.”. Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnarono le armi da fuoco e cominciarono a sparare: ” Erano pallottole,” dice Rovacchi, “e noi ci ritirammo sotto l’isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall’autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d’uomo”. In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trovava isolato al centro di piazza della Libertà. L’agente di PS Orlando Celani estrasse la pistola, s’inginocchiò, prese la mira in accurata posizione di tiro e sparò a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli disse: “Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia”. Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia “Bobi”), era il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, era segretario locale dell’Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco si trovava Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Ai primi spari si mosse incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti erano a cento metri da lui: lo fucilarono in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell’eccidio: “Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l’ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue“.

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Lauro Farioli colpito a morte dalla Polizia

Intanto l’operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata si era affacciato piangendo di rabbia oltre l’angolo della strada gridando “Assassini!”: cadde immediatamente, colpito da una raffica di mitra.

In piazza Cavour c’era Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Venne colpito da un proiettile all’addome.

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all’età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d’Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Venne brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell’Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non era ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri spararono con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d’ora, contro gli inermi manifestanti. I morti furono cinque, i feriti centinaia.

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Corteo funebre per i 5 giovani uccisi a Reggio Emilia il 7 luglio 1960

Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: “In sala operatoria c’eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c’era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l’apprensione e il dolore dei parenti”.

Oggi i familiari chiedono la revisione del processo che si era chiuso nel 1964 davanti alla corte d’assise d’appello di Milano con l’assoluzione con formula piena del vicequestore Giulio Cafari Panico e dell’agente Orlando Celani (per insufficienza di prove), accusato di aver sparato ad Afro Tondelli.

Paola Mangano

 

 

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3 pensieri su “Per i morti di Reggio Emilia

  1. Ogni volta che, in un modo o nell’altro, entro “in contatto” con questa pagina di Storia, provo un tuffo al cuore. Oggi, come 40 e più anni fa, quando andavo in piazza con i compagni, l’emozione, lo sdegno, la rabbia, sono gli stessi. Anzi, aumentano con il tempo, consapevole che gli anni che passano seppelliscono sempre più la vergogna di un paese nel quale le forze dell’ordine sono spesso sinonimo di efferati delitti; come non pensare ciò che è successo alla Diaz ? Ed anche li…tutti assolti, tutti giustificati, anche davanti all’evidente costruzione di prove false.
    Ma l’Italia, si sa, è un paese di m…. e forse questo è ciò che vogliamo, vista l’apatia nella quale sguazziamo.
    Poi ci sono i cantastorie, che come Woody Guthrie e Pete Seeger girano con la chitarra in spalla, per far ascoltare alla gente un’altra verità, il lato oscuro dello Stato.
    Ho un profondo rispetto per loro, e per tutti i musicisti di strada che, lontani dallo show business, propongono, senza in fondo nulla chiedere in cambio, delle semplici canzoni.
    Semplici canzoni, che hanno comunque la forza necessaria per aprirti gli occhi e la mente.

    • L’apatia in cui siamo caduti è in parte dovuta all’accumulazione costante ed incombente di informazioni. Cioè siamo così bombardati da una tale quantità di notizie che dicono tutto e il contrario di tutto che non sappiamo più dove sbattere la testa. Così finiamo col non fare, non reagire, perché tutto sembra inutile.
      Il mezzo internet poi ci si sta ritorcendo contro. Lo considero sempre di un’importanza fondamentale però bisogna saperlo usare. La maggior parte delle persone si perde qua dentro ed è come se non avesse più punti d’appoggio. In questo labirinto di strade virtuali finisce col passare tutto il tempo libero che ha a disposizione, che è già poco presi come siamo dalle mille attività della vita quotidiana.
      Mi chiedevo se dei Cantacronache tu avessi qualcosa…

      • Credo che la tua sia una visione un pò troppo ottimistica. A mio avviso l’apatia è principalmente dovuta al rifiuto della realtà, o meglio, di una parte di essa. L’egoismo, sia emotivo che intellettuale, è ormai padrone del nostro modo di vivere.C’è poco spazio per gli altri nella nostra esistenza. In definitiva, tutti vogliono allinearsi, per poi magari cercare di mettersi in evidenza. Io leggo in questo modo il bisogno sfrenato di condividere molte cose sui social forum.
        per il resto….
        Ho 4 volumi (vinile) dei Cantacronache…
        Ciao

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