L’infelice Pinacoteca di Brera

Lo dico da fiorentino, educato agli Uffizi, e abitante da più di vent’anni sui Navigli: se fosse furba, Milano dovrebbe puntare molte delle sue carte culturali sulla Pinacoteca di Brera. Per la felicità e la crescita dei suoi cittadini, per il piacere dei visitatori e anche in vista del grande afflusso turistico sperato in occasione dell’EXPO 2015. E invece, da molti anni ormai, Brera è un museo triste e trascurato: in mezzo al guado tra gli antichi fasti e un futuro “Grande Brera”, da tempo previsto e mai realizzato, non soltanto per mancanza di mezzi economici.

Una Pinacoteca tra le più ricche d’Italia che riserva al visitatore continue, tristi, sorprese: sale chiuse a rotazione “per mancanza di personale” (i custodi non ce la fanno a vivere con il loro stipendio in una città come Milano); un percorso espositivo senza alcun senso; servizi al di sotto della decenza (bookshop privo persino delle basilari cartoline e fornito quasi solo dalle pubblicazioni delle casi editrici vincitrici dell’appalto per la gestione; bar-caffetteria e servizi indegni di una grande istituzione). Ovunque un’impressione di sciatteria, disordine, illuminazione sbagliata, collocazioni casuali. Basta fermarsi, a pochi passi da lì, e visitare, in via Manzoni, il piccolo Museo Poldi Pezzoli, gestito da una fondazione, per godere di tutt’altra atmosfera e accoglienza.

E poi a Brera avvengono anche fatti strani. Come ha raccontato Tommaso Montanari (sul Fatto Quotidiano), nel 2011 un meraviglioso quadro del Romanino è stato incluso tra i cinquanta che la Pinacoteca di Brera ha spedito alla mostra Baroque Painting in Lombardy, in Florida. Peccato che Romanino c’entri poco col Barocco: la Ragion di Stato imponeva che Brera pagasse un tributo alle celebrazioni di ITALY@150. Non appena il quadro è sbarcato negli Stati Uniti alcuni agenti federali sono entrati nella mostra, hanno staccato il quadro dal muro e lo hanno consegnato alla famiglia che ne richiedeva la restituzione in base ad un complicato contenzioso, peraltro noto alle autorità italiane. E la famiglia lo ha prontamente messo all’asta: con tanti saluti a Brera.
Gestire oggi un grande museo, come la Pinacoteca di Brera, è certamente difficilissimo, e la cronica mancanza di fondi non aiuta a risolvere tutti i problemi che esso pone (consiglio, per avere un quadro delle problematiche museali, l’intelligente libretto di Andrea Perin, Cose da museo. Avvertenze per il visitatore curioso, elèuthera, 2007). Secondo la definizione data dall’International Council of Museum (Seul 2004), “il museo è un’istituzione permenente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. E’ aperto al pubblioco e compie ricerche che riguardano le testimonianze materiali e immateriali dell’umanità e del suo ambiente; le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educazione e diletto”.

Oggi, invece, la Pinacoteca di Brera sembra essere lasciata a se stessa (l’Amministrazione della città, tra l’altro, se ne lava le mani, sostenendo che è un’istitituzione statale che dipende da un Soprintendente) senza un buon progetto e in balia di improvvisati interventi che peggiorano la situazione. Il più recente è stato inaugurato nei giorni scorsi.

Per “valorizzare” due dei suoi gioielli – Cristo morto di Andrea Mantegna e la giovanile Pietà di Giovanni Bellini- si è pensato di collocarli vicini, in una sala riallestitita appositamente dal regista cinematografico Ermanno Olmi. I due dipinti, totalmenti immersi nel nero delle pareti, paiono oggi due diapositive (senza avere nemmeno l’effetto derivante dal contrasto dei colori, come nelle pagine nere della rivista “FMR” di Franco Maria Ricci).

La Pietà sta appesa su una quinta che nasconde l’ingresso della stanza, dove è collocato il quadro di Mantegna, con un effetto scenico discutibile. Non solo: il Cristo Morto, essendo sdraiato, è stato collocato ad “altezza letto”:  67  centimetri dal pavimento. Lo si guarda così dall’alto in basso, se si ha la fortuna di non avere nessuno davanti.

L’effetto scenografico, dettato da un malinteso senso della clamorosa “novità”, invece di essere spettacolare è mortificante per lo spettatore. Anche perché, in questo caso, pare che sia sotenuto da un’idea, che lascia francamente sconcertati. Così Olmi ha spiegato le sue intensioni: “Una messa in scena volutamente teatrale pensata per sorprendere il visitatore, lasciando che si avvicini all’opera con lo sguardo dei puri di cuore, così che la contemplazione non venga mortificata dall’intelletto” (La Repubblica).

C’è di che far sobbalzare: l’intelletto mortificherebbe la contemplazione di un quadro, mentre con il cuore puro… Del resto, Ermanno Olmi è il grande regista e cantore della nostalgia di un mondo contadino idealizzato e puro dove avvenivano i miracoli, come ne L’albero degli zoccoli. Ma perché allora affidare a lui un riallestimento-spot che sarà certamente costato e rischia di mettere una pesante ipoteca su un non più dilazionabile ripensamento di tutta la Pinacoteca, con criteri moderni all’altezza del suo patrimonio e della sua tradizione?

Nell’anno scolastico 2006-2007 i Servizi educativi della Soprintendenza di Brera, in collaborazione con gli Amici di Brera,  idearono un ottimo progetto pilota, rivolto agli alunni delle scuole elementari e medie, appartenenti a diverse culture, per promuovere “una riflessione sulla funzione del museo come veicolo di dialogo e coesione sociale, entro un percorso strutturato tra i dipinti della Pinacoteca”. Forse, se non il Mondo, almeno il Museo lo salveranno i ragazzini.

Francesco M. Cataluccio

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2 pensieri su “L’infelice Pinacoteca di Brera

  1. Viviamo un triste periodo.
    Soffocati dall’ansia di arrivare a fine mese, nessuno è più capace di guardare oltre, progettare un futuro che, nel nostro Paese, non può che passare dalla valorizzazione massima della nostra cultura.

    • Sì, purtroppo la situazione è questa. I governi degli ultimi 20 anni non hanno fatto altro che demolire, mattone dopo mattone, insieme al nostro paese ogni sorta di conoscenza, di formazione, di educazione e persino di creatività, per gettarci nel grande circo mediatico della volgarità, dove ogni pensiero è bandito o è al servizio del denaro.

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