Disconnessione – Noi, Internet e il sociale

Da qualche mese mi frulla in testa la convinzione che l’interazione uomo computer stia diventando negativa per il sociale. Poi scopro che eminenti saggisti, antropologi del cyberspazio come Sherry Turkle, Jaron Lanier, Evgeny Morozov sono arrivati giustamente prima di me a queste mie stesse conclusioni.

Faccio riferimento alle mie esperienze giovanili quando persino restare in contatto telefonico era un problema. Eppure l’aggregazione materiale di giovani, di idee e in generale di vita era fortissima e al confronto l’oggi pare un deserto.

Siamo indubbiamente più intelligenti, più preparati, abbiamo possibilità tecniche inimmaginabili, ciò che ci manca è il vero confronto diretto, fisico, materiale.

“La robotica e la connettività sono complementari: ci conducono inesorabilmente al ritiro relazionale. Con i robot sociali siamo soli, ma ci illudiamo di essere “insieme”. Grazie alle connessioni rese possibili dalla tecnologia, siamo “insieme”, ma questa forma di esistenza è così vuota, così limitata che siamo de facto soli. Le nostre tecnologie ci spingono a trattare il nostro prossimo come un mero oggetto, un oggetto a cui ‘accedere’ ma solo a quelle parti che troviamo utili, confortevoli o divertenti”. (Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri di Sherry Turkle)

Intanto dietro al nostro schermo possiamo blaterare quanto ci pare e inveire contro chi ci pare senza mai conseguenze reali. Al massimo ci si può mandare a fanculo e va beh…tiri a campare.

Dietro al tuo schermo te ne freghi del tuo aspetto fisico; sei tutto ascellato e puzzi di sudore? ….non ti sente nessuno…Hai l’alito fetente? …fai sempre la tua figura. Scegli le paroline giuste, o perlomeno cerchi di farlo, ti dai un tono di gran signore e intanto ti gratti le palle o hai le dita nel naso (per esser leggeri e non dir altro).

Sembreranno sciocchezze eppure nel reale vengono messi in campo molti altri valori e se di amor proprio non si deve perire nemmeno lo sconsiderato menefreghismo aiuta.

Pensate una cosa: coloro che presentano caratteristiche fisiche particolari, handicap, malattie, ansie sociali, attacchi di panico, dietro a un pc credono, mascherandosi, di trovare maggior comprensione sociale. E forse può anche essere, ma alla fine il timore, la paura di farsi vedere rimane e se si credeva così di combattere la solitudine in realtà la solitudine aumenta se non si supera lo step.

Non so se avete sentito di quel caso della playmate di Playboy, Yvette Vickers, che lo scorso anno avrebbe compiuto 83 anni ma che nessuno sa quanti ne avesse il giorno della sua morte?

E questo perché il suo corpo è stato trovato mummificato vicino al termosifone ancora in funzione, illuminato dal  bagliore del pc acceso. Ormai comunicava solo virtualmente tramite i suoi fan club e nonostante avesse il pc acceso, della sua morte si è accorta una vicina rendendosi conto dello stato di abbandono che andava assumendo la sua abitazione.

Stiamo vivendo in un isolamento che sarebbe stato inimmaginabile ai nostri antenati, eppure non siamo mai stati più accessibili. In un mondo consumato da sempre più nuovi modi di socializzazione, abbiamo società sempre meno reali. Viviamo in una contraddizione di accelerazione: più collegati diventiamo, più solitari siamo.

Ecco perché, nonostante si producano centinaia di migliaia di post al giorno, di ricerche, informazione ecc, non si riesce a concretizzare un granché, ma si resta isolati nell’etere.

Qualcuno mi dirà che per esempio il popolo degli indignati è uscito nelle piazze in seguito a una movimentazione partita dai social network; sì, ma come si è sviluppato, cosa ha prodotto? Nulla…..una manifestazione inutile.

Resto comunque dell’idea che il web sia uno strumento fantastico ma occorre ritrovarsi nel reale, parlarsi, confrontarsi se si vuole mettere in atto un cambiamento politico/sociale vero.

Ecco perché non ci toglieranno mai la possibilità di interagire qua; chiudono i centri sociali, i luoghi di ritrovo, i circoli, e al nord la situazione è sempre più evidente. Ma questi spazi ce li lasceranno fintanto che essi non saranno altro che idee in gabbia e null’altro.

Un’ultima considerazione, che vanifica apertamente tutto ciò che ho scritto.

Oggi ci ritroviamo in spazi pubblici senza nemmeno interagire. Ognuno è incollato al proprio dispositivo mobile, un dispositivo che funziona come portale di accesso ad altre persone, ad altri luoghi. Il contingente perde di significato. Le tecnologie di fatto distruggono la consapevolezza del qui e dell’ora, obliterano quel momento presente sul quale si fondano le più importanti filosofie orientali ed occidentali. Nella Silicon Valley hanno iniziato a proibire  l’uso di computer nelle scuole. E sembra una bestemmia e possiamo anche immaginare come devono averla presa inizialmente gli studenti. Eppure l’esperimento ha confermato, con la piena approvazione di tutti, che una lezione diventa una vera sessione di conoscenza e interazione.

Io personalmente detesto le persone che anche in compagnia sono sempre incollate al cellulare, che poi ormai è lo smartphone, sul quale puoi fare di tutto. Le nostre conversazioni sono continuamente interrotte da chiamate, mail o mess in una totale accettazione che li vede usati e abusati anche nelle riunioni. Detesto dover pensare che la maleducazione è diventata un modus operandi.

L’argomento è così ampio che tutto non potevo dire. Credo di aver menzionato il necessario per iniziare a riflettere.

Paola

“Oggi viviamo in un mondo in cui il sé si costruisce sulla base delle risposte fornite, delle chiamate effettuate, degli e-mail spediti, dei contatti raggiunti. Un sé calibrato sulla base di quello che la tecnologia propone e impone, su quello che semplifica e al tempo stesso svaluta. In un mondo in cui la tecnologia ci spinge a produrre di più e più in fretta, ci troviamo ad affrontare un curioso paradosso. Da un lato ripetiamo ad nauseam che viviamo in un mondo sempre più complesso, dall’altro abbiamo creato una cultura della comunicazione che rende difficile, se non impossibile, ritagliarsi spazi e tempi per riflettere in modo tranquillo, senza distrazioni. In un mondo che esige risposte in tempo reale abbiamo perso la capacità di affrontare problemi complicati.”

(Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri di Sherry Turkle

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4 pensieri su “Disconnessione – Noi, Internet e il sociale

  1. Molto bello quello che hai scritto e che condivido; come in quasi tutte le cose la soluzione migliore sarebbe la via di mezzo. Capita invece che molto spesso si sopravvalutano le potenzialità del computer (e di tutta la tecnologia in generale, smartphone etc… ) e ci si affida totalmente ad essi pensando di risolvere i propri problemi mentre quello che in realtà si ottiene è di distogliere momentaneamente l’attenzione da loro. La solitudine resta.

    Un saluto

    • Ti ringrazio per aver apprezzato. Quello che siamo fuori, a lungo andare lo siamo anche qui.
      Non per questo dobbiamo sottovalutare il potenziale che la tecnologia ci offre e come ben dici sarebbe meglio una buona via di mezzo.

  2. Condivido cio’ che scrivi, ma essendo io un ‘dinosauro’ le nuove tecnologie mi piacciono molto ma sono rimasto al tempo che per conoscerci tra noi dovevamo fare una fatica bestia ! Pare che oggi, mio figlio compreso, non conoscano lontanamente il significato di Fatica !
    E si’, anche per conoscersi bisogna faticare, magari mettere da parte i propri egoismi e tranquillita’ di un piatto caldo la sera ….

    Secondo te, siamo vicini ad una svolta, oppure l’umanita’ finira’ nel Baratro ?
    Ciao.

    • Tu credi che non faticano a fare amicizia? parliamo di amicizia vera ovviamente….
      per me la fatica resta la medesima. E’ facile avere centinaia di amici, ma quanti puoi dire siano amici veri?
      Finire nel baratro non è per forza una cosa negativa. Ci darebbe un’opportunità vera per una svolta reale……però la tecnologia se ben usata può essere un mezzo fantastico. Dobbiamo solo non soccombere ad essa ma rendercela complice.

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